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Scrivere con gli occhi

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I social di Dusseldorf

Ieri sera ho visto M il mostro di Dusseldorf (o l'assassino è fra noi). Su you tube c'era una versione in italiano e una in tedesco con sottotitoli italiani, e ho scelto la seconda. Ogni tanto confrontavo alcune parti con la versione italiana, perchè mi incuriosiva il totale silenzio di alcune scene, quasi controllavo che non fosse il mio pc ad avere problemi, e invece no: la scena era muta in originale - affogata di rumore in italiano, quasi che si temesse che il pubblico, nel silenzio, potesse smarrirsi e inquietarsi. Non hanno pensato che magari lo scopo era proprio quello: smarrire e inquietare. Peccato. Felice di essere nata in questa epoca che consente un accesso illimitato nel tempo e nello spazio alla multimedialità.


Ho però anche un'altra osservazione da fare.


Alla fine del film c'è il "tribunale dei malviventi" che decreta il linciaggio del Mostro all'unanimità, dando voce a tutto quello che, credo, sfiora d'istinto ciascuno di noi d'avanti a certi orrori: "meglio levarlo di mezzo, uno così, o in mano alla Giustizia se ne uscirà con poco e ricomincerà a fare il male".

Poi subentra la Ragione (o dovrebbe) e lo si affida all'Ordine Costituito, rimettendosi nelle mani di chi ha studiato per applicare la Legge che sia "giusta" (in senso etimologico).


Queste scene finali mi hanno ricordato con amarezza il Tribunale del popolo dei social e il "linciaggio mediatico" a cui oggi viene sottoposto ogni turpe caso, decretando una condanna popolare (di solito con pena capitale e magari tortura) prima ancora che chi è competente in materia abbia modo di studiare il caso e pronunciarsi.

Troppo simili sono i commenti fra un post di notizie del 2026 e le opinioni espresse dall'assemblea di malviventi, ladri, assassini, prostitute e mendicanti.

Ecco, forse il regista non aveva previsto l'avvento dei social di cent'anni dopo, ma conosceva bene l'animo popolare medio e gli ha dato voce e volto e ruolo preciso, certamente non lusinghiero. Se ci fermiamo ai nostri pensieri istintivi, dunque, facciamo parte degli abbrutiti, dei malviventi, dei mendicanti. Anche il luogo in cui giudichiamo è un posto preciso, fisico e metaforico: uno scantinato buio e chiuso di una fabbrica abbandonata e diroccata.

Quando leggerò qualcosa, d'ora in poi, non potrò fare a meno di chiedermi se mentre emetto il mio giudizio mi trovo anch'io, in quel preciso istante, lì seduta in quello scantinato degli istinti, fra gli abbrutiti dell'anima.

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Ottima analisi, Cristina!

Non so se hai visto la lezione promozionale che ho fatto su M, e hai colto due cose fondamentali: l'uso del sonoro (Lang gira il film all'inizio della tecnologia del sonoro e fa di questo film uno studio di cosa voglia dire inserire il sonoro in un film) e poi il tema della giustizia.

Il tribunale del popolo è qui rappresentata dai malviventi, che sono "la voce del popolo" non in senso deteriore, perché in fondo sono loro a catturare il "mostro", non la giustizia costituita. I malviventi si costituiscono in una società parallela a quella istituzionale, che funziona e agisce esattamente nello stesso modo. La differenza sta nella capacità di far presa sulla realtà, e il mondo sotterraneo ha miglior presa sulla realtà di superficie rispetto all'ordine costituito, che si perde nei mille rivoli dell'intellettualismo (l'esperto di psicologia e di grafologia) e nella burocrazia.

Il tribunale popolare alla fine è molto interessante, perché permette al "mostro" di difendersi e parlare in prima persona (questo film è il primo caso di umanizzazione del mostro, che infatti dice di non essere colpevole perché agisce in base a impulsi incontrollati) e anche perché esemplifica il concetto di giustizia quando è esercitata in modo diretto (in opposizione al modo "indiretto" delle corti di giustizia). Il tribunale cerca giustizia nella retribuzione – una forma di vendetta – e questa retribuzione prende la forma dell'inconciliabilità tra la natura del mostro (vittima di se stesso e della società) e le madri.

Hai notato che, durante il suo discorso, il "mostro" dice di sentirsi inseguito per poi di scoprire di essere inseguito da se stesso? Gli uomini annuiscono – cioè questa è una sensazione di disagio sociale che sentono gli uomini nella società moderna. Le donne, invece, non annuiscono, perché la loro posizione nella società è diversa, e le pressioni che sentono sono diverse. È qui che entra la voce di Thea von Harbou, co-sceneggiatrice (anche se, onestamente, si dovrebbe dire che in quel periodo della vita di Lang le sceneggiature fossero al 90% della moglie).

In altre parole, qui c'è un altro livello di lettura, e cioè quello di genere. Gli uomini sono vittime della società, e perciò sfogano la frustrazione sulle donne (qui esemplificate dalle bambine – il "mostro" non stupra e uccide bambini, ma bambine) e per questo le donne non giustificano il gesto del "mostro" tenendo conto di queste frustrazioni. Perché, del resto, dovrebbero? Anche le donne sono frustrate dalla società (e dagli uomini frustrati dalla società) ma non si rivalgono certo sugli uomini in quanto categoria più debole su cui sfogare queste frustrazioni.

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