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Amori infernali

Pubblico·8 membri

Tatiana Rossi
Tatiana Rossi

Punizione di Bruto e Cassio

Mi scuso in anticipo se la mia domanda risulta poco pertinente agli argomenti trattati del corso, concernenti il tema dell'amore. Da appassionata di storia romana ho sempre trovato curiosa la punizione che Dante infligge ai cesaricidi Bruto e Cassio, condannandoli addirittura al tormento eterno tra le fauci di Lucifero. Sono consapevole del fatto che Cesare possa essere definito l'apripista dell'impero romano, considerato da Dante la manifestazione terrena dell'ordine celeste. Al tempo stesso il poeta sembra ammettere tra le righe che la strada intrapresa da Cesare sfociasse nella tirannide, "premiando" con il Purgatorio Catone l'Uticense, che proprio per evitare di asservirsi al dittatore perpetuo si è tolto la vita. Lo stesso Cesare non si trova in Paradiso come altre figure imperiali, ma nel Limbo, e dunque dannato suo malgrado. Mi domando perché assolvere Catone, suicida per sfuggire al tiranno, e condannare coloro che il tiranno lo hanno tolto di mezzo a…

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Ciao Tatiana.

Intanto grazie per la bella domanda che mi permette anche di delineare alcune cose di cui parleremo martedì.

In breve, per ora, vorrei farti riflettere su un paio di cose. Innanzitutto, Catone non ordì alcuna congiura contro Cesare, come fecero Bruto e Cassio. La distinzione è importante perché i due sono condannati nella parte più bassa dell'inferno, dedicata ai traditori dei benefattori. Il benefattore per eccellenza è Gesù, naturalmente, nel senso etimologico della parola: bene-facere, colui che fa, genera il bene. Bruto, in particolare, tradisce il padre (adottivo, ma sempre padre) e Cassio tradisce l'uomo che gli aveva fatto del bene in senso molto profondo, l'aveva, cioè, perdonato dopo che si era schierato con Pompeo.

Ma ne parleremo meglio a lezione.

Per quanto riguarda Catone in quanto suicida, la questione è davvero complessa, ma cercherò a lezione di mostrare come il suicidio sia una questione molto vicina al cuore di Dante, almeno quanto l'amore adulterino.

A martedì!

Francesca parla più da personaggio cortese che da anima penitente (❓)

Mi porto avanti con la prossima lezione, in previsione dell'Amore erotico-passionale tra Paolo e Francesca, per porre 2 domande/temi di discussione cui spero si possa far riferimento:


  • Nel V canto Francesca interpreta il proprio amore attraverso il linguaggio dello stilnovismo e della lirica cortese: Dante sta mostrando la nobiltà di quell’universo poetico oppure ne sta rivelando l’ambiguità morale, cioè il rischio che il linguaggio dell’amore finisca per autoassolversi?


  • Nel discorso di Francesca dunque sembrerebbe mancare quasi del tutto il lessico del peccato e della responsabilità personale: si potrebbe supporre che Dante costruisca volutamente un personaggio incapace di riconoscere davvero la propria colpa, ancora intrappolato nella logica auto legittimante della passione? Vuole mostrare il fascino seduttivo di quella cultura oppure la sua incapacità di produrre una reale coscienza morale del peccato?


Grazie in anticipo 🙏

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Hai ragione su entrambi i fronti. Dante ha sicuramente un rapporto problematico con la sua appartenenza allo stilnovismo (e qui ritrae le conseguenze per chi si lascia trasportare dai valori dell'amore cortese). È altresì vero che Francesca, come tutti i dannati (a eccezione di Ulisse) rifiutano la responsabilità delle loro azioni peccaminose.

Partiremo sicuramente da questi due assunti già investigati a fondo dalla critica dantesca classica per scandagliare l'animo di Dante e la sua posizione nei confronti dell'amore-passione.

Maria Loredana  FioreMaria Loredana Fiore
Maria Loredana Fiore

Pietas = dono

Intanto scrivo che finalmente abbiamo risolto il mio problema e l'entrata nella Community.

Trovo le lezioni sorprendentemente coinvolgenti per questo amore che ci accompagna all'inferno (dantesco). Ieri la cara Nefeli parlando della pietà(s) l'ha messa tra le virtù, ma per la teologia e la dottrina cattolica è un dono. Mi piace quest'idea di qualcosa che mi è stata data a priori perchè, appunto dantescamente, poi diventi anche virtù.

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Bellissima notazione, Loredana!

In effetti io ho precorso i tempi e ho sintetizzato un po' il discorso sulla pietà che cominceremo la prossima volta e concluderemo poi nell'ultima lezione (quando parleremo anche dei suicidi).

In sostanza la pietà qui all'inferno vive sebbene dovrebbe essere morta, come nota Virgilio a un certo punto. Lui stesso prova pietà (e la parola compare per la prima volta quando la pronuncia Virgilio per le anime del Limbo). Compare poi una seconda volta quando Dante la prova per Paolo e Francesca (e poi la nomina Francesca stessa). Infine, compare per l'ultima volta in modo totalizzante nel canto XIII, di fronte al suicida Pier delle Vigne.

Vedremo che valenza ha, e come è collegata a Dante, alla sua anima da cristiano e al suo animo da autore classico (e quindi parliamo di pietas, della qualità che caratterizza Enea).

Nefeli Misuraca
31 giorni fa · ha aggiornato la descrizione del gruppo.

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